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L'epoca in cui viviamo si distingue per una sovrapproduzione di immagini: pubblicità, mezzi di comunicazione, social network sono sovraollati di immagini provenienti da tutto il mondo e con qualsiasi tema. A questa caratteristica si associa, per la prima volta nella storia dell'uomo un'enorme disponibilità di informazioni e di dati. Se fino a pochi anni fa, la sfida era arrivare alle informazioni e alla conoscenza, ora il vero traguardo è acquisire la capacità di decodificare, interpretare, sistematizzare le informazioni. La tracotanza di dati e la sovraesposizione delle immagini genera un corto circuito nel lavoro dell'artista che crea disorientamento. Utilizzare la forza generativa del disorientamento è la sfida che si pone questo lavoro, dove immagini e informazioni si sovrappongono e si mescolano fino a concepire rappresentazioni nuove: oggetti inesistenti, scene impossibili, futuri incerti. La stessa sensazione di disorientamento è trasmessa al visitatore che vede oggetti a lui noti ma in altri contesti, con altre relazioni e dimensioni. Lo scopo è invitare il visitarore a interrogarsi sulla realtà e su come la vediamo. Avere più informazioni vuol dire realmente conoscere di più? Vedere più cose vuol dire guardare meglio?

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Quotidianamente percepiamo informazioni e guardiamo immagini attraverso uno schermo che ci mostra una realtà distorta, bidimensionale. Raramente i soggetti delle informazioni acquisiscono una corporeità sica, umana; ancor più raramente siamo in grado di applicare a questi un senso di profondità, una terza dimensione in grado di porre su piani diversi notizie con importanza e contenuto diverso: discernere, selezionare, capire. Il modo in cui percepiamo le informazioni è invece piatto, simultaneo. Le informazioni si addossano e vivono nel contempo in un'unica dimensione di realtà. Così le immagini si confondono e si fondono creando nell'immaginazione dell'artista oggetti impossibili, sovrapposizioni impensabili: un elicottero-frullatore, una pistola-sbattitore.

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